L’angolo della fotografia: la vecchia linea ferroviaria fcl Matera-Montalbano Jonico.

di Stazioni ferroviarie lucane pagina facebook https://www.facebook.com/Stazioni-ferroviarie-lucane-105763301670460/

Matera in ogni angolo nasconde segni di un qualcosa che ho vissuto. Ogni suo scorcio è una scoperta. Alcune tracce sono scomparse, altre modificate,quasi irriconoscibili. La cittá che paradossalmente ho più frequentato dal punto di vista ferroviario è proprio quella città notoriamente conosciuta per la sua mancanza atavica della ferrovia.

È vero. Matera non ha una ferrovia degna di tal nome. Ha piccole stazioni però. Che siano Ferrovie Appulo Lucane importa poco. I binari ci sono. Scartamento ridotto ma ci sono. Cinque le stazioni cittadine ma il mio viaggio oggi partirà dalla sesta. Quella invisibile. Oggi declassata a ciò che è stato ma che un tempo era la stazione di Matera. Ne resta in piedi solo la struttura. Eppure era lí che arrivava il treno da Bari e continuava,addentrandosi nella provincia più remota fino a raggiungere Montalbano Jonico. Sí, oggi ripercorrerò il mio viaggio da Matera all’entroterra, dalla cittá ai calanchi, attraversando in lungo e largo il vero volto d’argilla di questa provincia. Il mio viaggio inizia senza binari. Una volta erano lí, in superficie. Poi negli anni ’80 qualcuno decise di interrarli e costruire la Matera Centrale sotterranea. Ma questa è un’altra storia.Tuttavia il vecchio edificio mantiene la sua vigoria ancora oggi.

la vecchia stazione di Matera fcl

La mia stazione di partenza affonda radici nella preistoria delle ferrovie appulo lucane. Quando smise di esistere si chiamava ancora FCL. Ferrovie Calabro Lucane.

Area dove una volta c’erano i binari

Parto da piazza Matteotti. La Matera moderna. Ma a catapultarmi in un sogno del passato ci vuole davvero poco. Qualche km. Uscire dalla cittá è come addormentarsi.

Il viaggio è iniziato ma di binari nemmeno l’ombra. Il vecchio tracciato è invisibile e rasenta la follia proporzionalmente alla sua stessa ricerca. Passato e presente si intrecciano a pochi metri di distanza. Il vecchio e il nuovo dei volti di Matera. La stazione primordiale e quella futuristica che ha spazzato via ricordi adolescenziali legati a quei luoghi.

La vecchia stazione e sullo sfondo la nuovissima

Imbocco la strada per Montescaglioso percorrendo tutta la zona sud della cittá e appena mi allontano di qualche centinaio di metri dalle ultime case mi accorgo che Matera è già distante decenni.

Il percorso inizia ad essere visibile tra i campi, a volte cambia direzione e ti manda in confusione come un capriccio storico che porta al tilt la tua idea di razionalitá. Inseguire traccia di una linea ferroviaria che forse neanche c’è.

Invece il percorso esiste.

La prima fermata è Parco dei Monaci. Non la trovo perché ne ignoro l’esistenza. Giro su e giù per la zona come se girassi su me stesso quasi sentendo un richiamo ammaliante di sirene lontane. La fermata c’è ma è un cantiere in ristrutturazione. Invisibile ormai. Tuttavia gli indizi del suo passato in qualche modo riemergono dalle murature del presente. Strascichi di rotaie su passaggi a raso si intravedono nella natura selvatica. Terra di cinghiali quella intorno a Parco dei Monaci.

Fermata Parco dei Monaci
Residui di rotaie a Parco dei Monaci

La campagna intorno inizia ad assumere un predominante colore giallo che ti avvolge completamente. Gli orizzonti, avvicinandosi a Montescaglioso, si aprono sulla vasta pianura. Tutta gialla. Brucia come animo ribelle ed esplode in picchi di luminosità accecante. Quel giallo è terra bruciata della tua intera esistenza.

Montescaglioso aveva la stazione. Demolita. Buttata via come un sacco di immondizia, di quelli neri. Al macero. Non vi è più nulla di ciò che c’era un tempo. Ne rimane testimone della sua esistenza solo il vecchio tracciato e qualche cartello stradale che indica uno scalo perso ormai nel succedersi delle stagioni.

Lascio deluso Montescaglioso, dove credevo di trovare residui di un passato ferroviario. Invece non trovo niente. Mi rimetto sulla strada raggiungendo la statale 175 Matera-mare, direzione Matera.

Dal primo momento che l’ho vista, come una donna seducente , l’ho desiderata con tutte le forze. La fermata di Santa Lucia è bella e irraggiungibile. Non ci sono strade. È immersa in un mare giallo di terra bruciata.

Lascio l’auto dove termina un tracciato nel grano che porta in un canale e continuo a piedi tra la paglia alta. Percorro 1 km vedendola costantemente davanti agli occhi avvicinarsi, sola, come un ricordo sbiadito dell’adolescenza.

Fermata Santa Lucia

Santa Lucia è talmente bella che sembra immersa nelle fiamme. Arde nella sua isola di solitudine, dimenticata da tutti ma mi mostra il suo conturbante volto sopravvissuto al tempo. È inagibile. Non si può entrare ma credo sia il suo punto di forza.

La pianura circostante toglie il fiato. Lo toglie davvero. Santa Lucia sembra uscita da un film di Kusturica. Poi volgo lo sguardo verso il mare e gli orizzonti sembrano verticali. Infantili. Estati passate. Montescaglioso è in fondo alla pianura, sul colle. Il Sole crea luci chiare che lo stingono sospendendolo in aria.

Mi trattengo poco perché devo tornare a piedi alla lontana auto. Nessuno aveva osato avvicinarsi così tanto a Santa Lucia prima di me. Mi piace crederlo. Le probabilità sono alte.

Riprendo la Matera-mare per qualche km, poi svolto a sinistra lungo la vecchia strada per Pomarico. Le curve sono ora più numerose nella leggera salita. Dopo una curva mi appare difronte la fermata Tre Confini. È un’altra fermata che serviva, come Santa Lucia, al carico delle merci destinate a Bari. Qualcuno ci sarà capitato per sbaglio in uno degli assolati pomeriggi degli anni ’60 in questo non posto o l’amara sorte di fermata desolata avrá accompagnato il luogo da sempre e per sempre. Non so.

Tre Confini nuota in un mare di oro. È bionda e bellissima. Da lasciarti a bocca aperta. Per lunghi secondi. Non è banale. Ci rivedi tutta la tua vita dentro.

A Tre Confini ci passerei l’ intera giornata, steso a guardare le nuvole pesanti. Tre Confini è Lucania.

Sottano ne completa il nome. Tre Confini- Sottano per la precisione. Di notte potrebbe rasentare la perfezione.

Mi mostra il suo volto e ci fissiamo come un’eternità solida,che prende forma. Mi mostra il suo volto come un nudo d’artista. Mi mostra il suo volto e basta.

Sono a pochi Km da Matera ma sembra di averne percorsi 1000. E ora sono qui, a Tre Confini, immobilizzato difronte al dolente volto di pietra sacra della fermata smarrita nel grano. I binari non ci sono. O forse sí, sotto quell’ erba bruciata dal Sole. Non lo so, non lo saprò mai.

Devo andare. Tre Confini-Sottano è una meravigliosa scoperta. Pervade una strana nostalgia e, prima di scomparire dietro una curva ne sento ancora il profumo.

Ritorno lucido all’ombra della provinciale. Cerco la stazione di Pomarico. Ma la sorte le ha riservato lo stesso trattamento di quella di Montescaglioso. Distrutta. Ogni prova della sua esistenza è finita sepolta nei ricordi di chi l’ha vista.

Mi immetto sulla statale 7 Matera- Ferrandina, l’Appia. Ho girato in tondo. Sono a 15 km da Matera ma la ferrata ne ha percorsi 30.

Miglionico stazione è in un dirupo. Per raggiungerla si gira a strapiombo lungo la statale 7. È invisibile. Si scende da una mulattiera di breccia e si raggiunge una pianura. È intatta.

Miglionico è affondata. Simile a una nave inabissata nel Mediterraneo, di cui si può solo guardarne la forma attraverso il profilo dell’acqua.

Di binari, anche qui, nemmeno l’ombra. Al loro posto terra arsa.

A Miglionico stazione sembra davvero di essere altrove. Non ci sono ampie distese che spaziano oltre. Quelle che ti permettono di assaporare la libertà. Essa, invece, è incastrata tra la collina che chiude la valle del Bradano e apre quella del Basento. È perpendicolare al paese, giù negli inferi della via Appia.

Miglionico è sinistra. Non sorride come Santa Lucia e Tre Confini e ti riporta alla dura realtá lucana della provincia. Sei un estraneo in quel luogo. Essa conserva depositi e strutture di un glorioso rilievo. Anche senza binari ti dà l’impressione che davvero di qui il treno una volta passava e che potrebbe ripassarci nello scenario introspettivo. In un periodo remoto. Fuori dai miei ricordi.

Ritorno sulla statale per Ferrandina e scendo nella valle del Basento.Gli orizzonti sono nuovamente immensi. La mia prossima meta è Ferrandina scalo. Importante stazione sulla linea per Napoli-Roma. Da sempre scalo non ufficiale di Matera. La stazione della vecchia fcl non è vicinissima a quella di Trenitalia. Ti appare lungo la statale Basentana, gialla e fosforescente come un evidenziatore. È brutta. Troppo brutta per essere vera. Stuprata e lasciata a terra,poi rivestita di abiti non suoi. Ferrandina fcl è diventata un Motel.

Scappo via perché subodoro il rischio di rovinare il ricordo di questa giornata. Dell’importanza di Ferrandina fcl rimangono solo gli ampi spazi. Solo quelli.

Interscambio per chi andava a Napoli ora ha chiuso col passato. Me ne vado alla volta di Pisticci.

Lungo la statale Basentana svolto a sinistra per fotografare la fermata di Macchia di Ferrandina. La frazione. È attaccata alla linea Napoli-Taranto. Sembra un casello. Minuscola come un ippocampo un po’triste che ti guarda nel mar Jonio.

Sono in aperta pianura. Percorro la Basentana per qualche km ancora, fino a Pisticci Scalo.

Cerco la stazione fcl ma di essa non vi è traccia. Poi la scorgo,nascosta in un antro dimenticato e piuttosto degradato. Ma è riuscita a ritagliarsi un brandello di intimità nella sporcizia.

Pisticci è una storia a sè. Frammenti di terra dall’identità forte, Pisticci mi mostra le sue ferite. Le mostra in maniera fiera. Tra le crepe scorgo Pisticci, la Lucania.

Il contesto in cui si trova la vecchia stazione è la causa della sua decadente involuzione artistica. La zona della Valbasento,terra di ecomostri e scheletri di industrie ne ha tristemente alterato la quiete.

Lascio Pisticci Scalo,porta dei calanchi, imboccando la strada per Craco. Pochissimi km e tutto cambia. La terra diventa argilla. I colori tornano gialli, a volte biancastri. Le crepe si allargano, invadono la stessa terra. Le linee disegnate dalle colline sono marcate, muscolose. Pisticci è Lucania. In ogni aspetto.

La fermata è Pozzitello ed è una sua frazione . È ai suoi piedi. È custodita dagli alberi. Scudo impenetrabile a difesa della sua memoria.

Fermata Pozzitello sulla destra,tra gli alberi

I calanchi. Il deserto materano di cui Pisticci ne è l’assoluto protagonista, l’eroe incontrastato di un’infanzia perduta. La terra brucia. A perdita d’occhio, calanchi rivestiti d’oro.

Mi volto. Il vento è leggero, lo sento infrangersi tra le erbe. Pozzitello è chiusa a riccio nel suo involucro a forma di scudo. La luce riflette sull’argilla accendendosi come vampate di fiamma nella valle,poi quando le nuvole sporadiche coprono il sole, le tonalità si scuriscono tendendo al grigio, opaco come il mare a Marzo. Lo Jonio non è lontano, le colline nemmeno.

A Pozzitello si vede una galleria del tracciato fcl. Binari zero. Ma la galleria testimonia che il treno percorreva, lento,queste lande. Colgo un momento d’ombra e intorno a me solo cicale e l’incessante fruscio del vento che a intervalli smuove l’erba alta. È quasi estate.

Lascio Pozzitello addentrandomi nei calanchi direzione Craco.

Quella che doveva essere la stazione del paese fantasma è ora un’ abitazione privata,lungo il ciglio della strada.

La ex stazione di Craco

Ne immagino per un attimo la sua storia. Quando il trenino arrivava doveva essere un evento. La solitudine di Craco è la stessa di allora. Si sente nell’aria, puoi vederla chiaramente km dopo km. Ti accompagna da Parco dei Monaci e si mostra solo con forme diverse. Ma è la stessa.

Quando termina la provinciale giungo sulla fondovalle dell’Agri. Dritta come la Route 66 in California. Montalbano Jonico è dietro di me. La sua stazione,capolinea di questo percorso onirico è proprio qui e mi appare nel suo decadente splendore con il suo abito migliore.

Il soffio del vento tra gli alberi è l’unico suono ipnotico di questa valle colorata a pastelli. Qui terminava il mondo ferrato lucano. Oltre si continuava con altri mezzi.

Montalbano stazione è schiva,impenetrabile. Provo a visitarla negli interni ma è impossibile. La natura la difende con possenti radici e spine taglienti. La preserva con tutte le sue forze in un disperato tentativo di custodirne la memoria. Devo accontentarmi di osservarla e fotografarla così com’è.

Sono giunto al capolinea e l’ultimo sguardo è intenso. Montalbano stazione è proprio qui ma è distante, appartiene ad un’altra subregione, ad un altro mondo di cui ne conserva solo l’involucro. Difronte a me la piana jonica,dietro i fantasmi di rotaie di un tempo andato.

Dai Sassi ai calanchi. Credevo di trovare treni e binari rincorrendo un passato e invece ho trovato me stesso. O meglio la ferrovia e i suoi luoghi hanno trovato me trascinandomi nel loro mondo articolato, nuovo e di difficile comprensione, trasmettendomi in messaggi criptici il proprio incantesimo complicato. Io, di contro l’ho guardato negli occhi questo mondo sconosciuto delle stazioni ferroviarie lucane, rimanendone totalmente attratto, perso in un interesse sorgivo.

Un viaggio attraverso una linea dismessa e finisco nell’ interioritá lucana.

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