INCREDIBILE AL BARBERA

Eravamo tutti legati a racconti un po’ leggendari quanto terrificanti circa un certo Pak Doo Ik che al 42′ affossò l’Italia nei mondiali del 1966. Le generazioni sono cresciute con questa onta, accantonata in angolini della memoria e dell’immaginazione per chi non era presente, per fortuna non piú vissuta se non per alcune ingiustizie palesi, anni dopo,come al mondiale 2002 contro l’altra Corea di un certo Ahn che al 117′,con l’assurda regola del Golden goal, ci sbatteva fuori dal mondiale dagli occhi a mandorla. Certo l’arbitro Moreno ci mise del suo ma la palla contro la Corea del Sud , se ti chiami Italia, devi metterla 4-5 volte nel sacco. Almeno! Poco importa, ci saremmo rifatti 4 anni dopo.

Eh sí, l’Italia ci ha abituati a lacrime amare ma anche di gioia. La triade mondiale degli anni ’90 iniziò con quella competizione tutta nostra a cui arrivammo davvero preparati. Negli occhi di tutti sono presenti gli attaccanti azzurri che dal dopo Pablito Rossi sbocciarono un po’ come i funghi a cominciare dallo spiritato Schillaci delle notti magiche. I suoi goal ci riportano ad infanzie nostalgiche dove il mondo fatato del calcio italiano assume forme mitologiche nello scenario collettivo della Madre Patria. Sí perché quel mondiale fu di tutti noi che lo abbiamo vissuto, chi adulto chi bambino. Era una Nazionale che entusiasmava e anche l’epilogo finale,seppur doloroso inflittoci dal biondo sudamericano, complice l’uscita disperata di Zenga, oggi ci ritorna in mente col sorriso dello squadrone azzurro alla premiazione del terzo posto, un po’triste un po’ malinconico, come un romanzo di Elsa Morante.

Poi venne la parabola americana del rivoluzionario Arrigo. Sí perché Sacchi aveva davvero creato un divario tra il vecchio gioco di Azeglio e il nuovo, proiettato nel calcio dei tre punti, dei nomi dietro le magliette e degli orari partite condizionati dallo share televisivo dei grandi eventi nello stile Superbowl.

E venne Roberto che col suo codino maturo, rispetto alla già positiva performance di quattro anni prima, portò l’Italia in finale. Quella finale che tutti noi vedevamo come il giusto compenso alla rete bastarda di Caniggia.

Che dire, Roberto Baggio iniziò il mondiale americano col freno tirato, per i motivi più legittimi, ma come i più grandi “si calò nella parte” adattandosi al fiscale gioco di Sacchi e ci trascinò a suon di goal alla meta. Non aveva gli occhi spiritati come Schillaci, il codino magico, ma aveva serietà e visione di gioco come nessuno mai nel Belpaese. Con lui, un certo Franco Baresi a dire a tutti i contemporanei ipocondriaci che gli infortuni,anche quelli che necessitano interventi chirurgici, bloccano solo i calciatori del nuovo millennio. Il suo record: infortunato alla seconda partita, operato e pronto per la finale appena 15 giorni dopo. Era un’ Italia con le palle. Poi però, e sarò controcorrente, Massaro sbagliò il rigore che condannò Baggio ad una colpa che non ha mai davvero avuto. Taffarel ringraziò Dio inginocchiandosi e noi tutti tornammo alle nostre spensierate estati.

In Francia nel 1998 fu ancora Baggio il trascinatore, perché quelli come lui non sono meteore da una sola stagione, ma la Nazionale si arricchiva di nuovi talenti, tutti made in serie A. Del Piero e Vieri su tutti. Ma anche chi era da contorno faceva la sua parte come Del Vecchio tanto per citarne uno. Forse quella non era però una rosa forte come le due precedenti. Purtroppo ancora i rigori ci condannarono a debiti con la buona sorte. Proprio contro la Francia.

Da quel momento l’Italia ha smesso di produrre figliol prodigi. Sarà paradossale perché 8 anni dopo avremmo conquistato la coppa del Mondo proprio con una delle squadre più forti della storia. Ma un’attenta analisi ci farà capire che quei giocatori trionfanti sono stati i residui che la politica calcistica degli anni 90 ci lasciava.

Il campanello d’allarme nel nuovo millennio ce lo comunicava la debacle ormai cronica delle coppe europee di club. Eravamo infatti abituati a vincere sempre tutto, spesso Coppa dei Campioni,Coppa UEFA e Coppa delle Coppe erano italiane. E quando non riuscivamo a vincere il triplete mandavamo comunque una squadra in finale. Poi il nulla. Circostanza strana quella del combaciare l’involuzione calcistica italiana con l’abbattimento della regola che vincolava i club ad un massimo di tre stranieri (che bei tempi quelli di Matthaus,Breme e Klinsmann nerazzurri, Van Basten, Rijkaard e Gullit rossoneri, Careca,Maradona e Alemao all’ombra del Vesuvio). E sí bei tempi perchè c’era spazio per Baggio,Vialli,Mancini,Giannini,Schillaci,Zola,Signori prima, Totti,Del Piero,Inzaghi,Vieri e perché no Ferrante,Hubner e tanti altri poi.

Dopo la vittoria delle vittorie nel 2006, la cui impresa titanica di battere la Germania a casa sua resta l’atto di forza più grande nella memoria calcistica moderna, il nulla.

Mondiali non degni di ricordo come quelli a partire dal 2010 sono un’onta per la storia Azzurra.

Il barlume di speranza e il ritorno alla vetta calcistica dei fasti di un tempo lo abbiamo vissuto con l’Europeo appena trascorso. Venivamo dalla umiliante eliminazione contro la Svezia. Ventura rimarrá alla storia come l’uomo dell’insuccesso calcistico, almeno fino a questa sera, surclassato dalla voglia di vincere dimostrata all’Europeo dalla squadra di Mancini.

La notte del Barbera invece ci riporta nell’anonimato più buio. Quello a cui non eravamo abituati nè noi nè i nostri genitori (quelli di Italia-Germania 4-3 e del trionfo spagnolo nel 1982).

Oggi al Barbera abbiamo perso perché non abbiamo fatto goal. E non abbiamo fatto goal perché i nostri attaccanti in serie A sono tutti stranieri. I grossi club pescano nei mercati sudamericani, persino i piccoli club cercano prime punte di razza indigena. Ha perso tutta la nazione questa sera al Barbera perché la palla non è entrata nemmeno a porta vuota. “Roba” che il peggior Schillaci avrebbe segnato di pancia, che un Baggio influenzato avrebbe insaccato di naso e che persino un Vieri col gesso avrebbe buttato dentro. “RoBBa” che oggi un certo Prisciandaro avrebbe sfondato la rete, portiere compreso…al Barbera.

Invece la generazione con la coscia depilata e il tatuaggio sul dorso della mano no. Non riesce a mettere dentro una palla…contro la Macedonia del Nord.

Ma da un punto di vista romantico siamo sicuri che il mondiale invernale degli sceicchi sia davvero un problema non disputarlo? Siamo cresciuti col vento estivo della Coppa del Mondo che rappresenta per noi quella giovinezza che solo lo sport può dare, e l’estate è giovane.

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